Se ho capito il discorso di Lacan, che se vogliamo è un discorso nel nome di Freud, allora non credo che possa avere ragione.

Stando al suo discorso, tutti gli individui possono amare, perché c’è sempre spazio per la responsabilità dell’individuo, ma su certi uomini più che su altri, le cicatrici del linguaggio hanno raggiunto le profondità cardiache. Per coloro il cui desiderio è stato profondamente mortificato dal linguaggio che speranza c’è di sublimare il fallimento del rapporto in amore?

Poi davvero sarebbe colpa del linguaggio? Quante bocche non hanno un urlo da emettere? Quanti respiri non soffocano?

Quine fra le dita

E regna l’impressione che mi indispettisca lo stile, che certi contenuti mi pungano (irritino i miei sensi) a causa del suo essere incredibilmente discorsivo. Ma come si può essere una didascalia senza oggetto?

Confido che io riesca ad abituarmi allo stile o non riuscirò ad apprezzare il testo.

In merito allo stesso continua ad essere presto per pronunciarsi, ho qui e lì segnato delle parti che i miei sensi mi comandano di tenere a memoria.
Non passerà molto tempo prima che approdino qui.

Ad oggi, come la volta ultima, apprezzo l’incredibile onestà intellettuale di Quine ma dubito che questo testo sarà nelle condizioni di raccontarmi di un amore.

- Quine poi e’ cosi’ americano da non dare i nomi alle cose -

Quine fra le carni

Quine e’ cosi’ ragionevole, cosi’ onesto.

Incredibilemente piu’ onesto (intellettualmente) dei matematici.

(Ma e’ incredibile quanto mi sappia di Popper al momento).

Sentiamo che ciò è vero così come vediamo che ciò è rosso.

E sono tutto fuorché certo d’aver capito ma annoterò come ho sempre fatto.

Quello che ho sentito è che a suo (Lacan) dire due individui in balia dello stato di mondo e sé decidono di concedersi l’uno all’altro come sfogo dell’altrui sé e centro dell’altrui mondo. E questo lo chiama amore.

Il compromesso dei Narcisi, la cristallizzazione dei mondi.

Un idolo per ogni incanto.

La torre per Humanitas.

Tentativo fallito d’un ultimo Kandinskij

[La data reale di stesura del post risale a Gennaio 2013. Pubblico questo post quest’oggi perché è rimasto in bozze troppo a lungo, ho dimenticato i dettagli di ciò con cui volevo completarlo.]

L’ultima volta che ho pensato è così lontana che non ne ho neppure una vera memoria.
In questo post saranno riportati i pensieri della mostra su Kandinskij che ho visto qualche giorno fa.

Non è certo la prima volta che l’astrattismo si innesta nei miei pensieri, a suo tempo vi dedicai un intero post. Confido che a questo non seguiranno altri post sull’argomento, che questa sia la mia ultima opinione a riguardo.

Che l’arte astratta - principalmente quella di Kandinskij - sia espressione non ci sono dubbi, non credo nel falso artistico in questo caso specifico. E’ assai più difficile e laborioso riuscire a decidere se tutta la sua produzione sia realmente arte.

Parlando della prima produzione osserviamo da subito che la stessa non fu astratta e ad oggi non mi interessa fissare le mie opinioni a riguardo, dirò solo che mi pare un buon postimpressionista.

La sua seconda produzione è la più interessante.
Chiamerei “sintetismo” l’idea alla base della produzione di Kandinkij fra il 1910 ed il 1920.
Mi sono chiesto diverse volte se il sintetismo sia arte e ad oggi rispondo che lo è .

Prime note sul Tao Tê Ching.

Ho cominciato a leggere di recente questo testo. Un commento è decisamente prematuro ma annoterò i miei pensieri, poiché il tempo è tiranno.

La nota introduttiva, ad opera di Duyvendak, mi ha instillato una certa fiducia. L’autore dice d’essersi preso gran cura della traduzione e redarguisce il lettore sul peso del testo, sulla sua importanza metafisica prima che culturale e storica. (Si noti che probabilmente “metafisica” è una parola fuori luogo, visto che appartiene al mondo dell’ovest, ma la verità è che ad oggi non credo ancora nella grande distanza fra la forma mentis dell’ovest e quella dell’est, non almeno sulle grandi questioni. Non l’ho ancora vista, così i miei occhi non m’hanno suggerito la fede.

Il titolo o (disg) il traduttore mentono. Nell’introduzione Duyvendak sostiene di preferire il termine “Forza”, “Forza vitale” a “Virtù” (nel tradurre “Tê”) ma di aver lasciato la traduzione “Virtù” nel titolo per una questione tradizionale. Duyvendak è dell’opinione che il termine “Virtù” sia seguito della tradizione confuciana che pare aver avuto più successo di quella taoista nell’influenza culturale. Il problema di questa posizione è che sospetto molto, dato il fare estremamente moralista del testo (una volta lasciati i primi 10 capitoli) che la traduzione più corretta sia “Virtù”, od almeno un termine che sappia allacciare il profilo ontologico delle questioni a quello etico (nel senso dell’agire) e morale (nel senso del “giusto” (conforme alla Via) agire).

Capitolo 1
ha tutta la carica del mistero. Racchiude, secreta, in alveoli semantici quelli che saranno i termini centrali di tutta l’opera e nasconde quella che sarà l’ossessione centrale di tutta l’opera.
L’incipit propone il classico problema della torre dei totem (la classe universo è un suo punto?) e non ha la maturità linguistica per concedersi una risposta reale ed esauriente ma accenna, con l’argomento dei nomi, al fatto che non esiste idolo grande abbastanza per il vero.
Fin qui il testo ha la passione occidentale, è praticamente Parmenide ma non azzarderei ad accostarli completamente. L’opera, temo, non ha la maturità del maestro. 
Delizioso il terzo capoverso, ricco di tutta la carica eraclitea. (84a).
A seguire

Ciò che essi hanno in comune, io lo chiamo Mistero, il Mistero Supremo, la porta di tutti i prodigi.

compare nella buona sostanza Anassimandro ma anche qui sembra non esserci la grandezza greca, giusto un cenno di vero, in preparazione d’altro. (Ma quale altro?)

Capitolo 2.
Temo che il capitolo due sia una delle testimonianze dell’immaturità dell’opera. “Essere e non essere si generano l’uno dall’altro” è un passo che un greco non si sarebbe azzardato a fare, un volo sintetico che rinnega l’analisi, senza cura. In questi dettagli è stato assai più bravo Eraclito (10, 50, 54,67). Va comunque detto che, letto insieme alla parte centrale del capitolo 1 si suppone il salto sia sto una conquista della poesia sul testo, una vittoria della struttura sintattica sul contenuto.
Se avesse senso applicare osservazioni stilistiche occidentali osserverei un chiasmo (bene-Essere, non bene-Non essere).

[scrivendo…]

Subito dopo l’incipit si trova il cenno all’ossessione morale, il vaticinio di quello che sarà uno stillicidio di preoccupazioni su quello che il vero sembra pretendere dal saggio. Mi curerò oltre di questa questione e non saprò mai curarmene abbastanza perché non sa qual è la strada per il mio cuore.

[scrivendo…]

William Lawvere;

Willard Van Orman Quine.

 

Saperne è dovere.

Al cielo, il totem, la matrioska di idoli.

[Ed ogni volta che se Ne vede lo strascico si svela una testa sul totem.]

A luci soffuse, si spengono i ceri.

A luci soffuse, si spengono i ceri.

Nessuno c’impasta di nuovo, da terra e fango,
Nessuno insuffla la vita alla nostra polvere.
Nessuno.
Che tu sia lodato, Nessuno.
È per amor tuo
che vogliamo fiorire.
Incontro a
te.
Noi un Nulla
fummo, siamo, resteremo fiorendo:
la rosa del Nulla;
la rosa di Nessuno.
Con
lo stimma anima-chiara,
lo stame ciel-deserto,
la corona rossa
per la parola di porpora
che noi cantammo al di sopra,
ben al di sopra
della spina.
—Salmo, Paul Celan.

Bhè, li ho fatti tutti contenti,
perchè non sanno che
Natale è un’altra cosa,
ma che cos’è?
Oh bhè…

- Jack Skeletron.

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