Languidis luminibus, cerei moriuntur.
Nessuno c’impasta di nuovo, da terra e fango,Nessuno insuffla la vita alla nostra polvere.
Nessuno.
Che tu sia lodato, Nessuno.
È per amor tuo
che vogliamo fiorire.
Incontro a
te.
Noi un Nulla
fummo, siamo, resteremo fiorendo:
la rosa del Nulla;
la rosa di Nessuno.
Con
lo stimma anima-chiara,
lo stame ciel-deserto,
la corona rossa
per la parola di porpora
che noi cantammo al di sopra,
ben al di sopra
della spina. —Salmo, Paul Celan.
Bhè, li ho fatti tutti contenti,
perchè non sanno che
Natale è un’altra cosa,
ma che cos’è?
Oh bhè…
- Jack Skeletron.
[…] questi non sanno del mero calore che l’amor per Vita regala in morte. Stanco, quasi affranto, giunge il tepore e procede come quel manto che si beffa dell’inverno, così ben ordita la trama che ad alcun dolore è più concesso di far capo. Conduce, progredendo, la fine verso il più alto sentire, sicché in morte sia ben impresso il ricordo di Colei per cui s’è caduti e di quel sentire che non mai è sordo o muto ci si chiede come sarà l’assenza, quale voce sia in dono al silenzio. Morte sa bene che all’abbraccio, al conforto, cui è dedita segue lo spegnersi e con forza stringe lo scelto prima di lasciar che vada, prima ch’ella stessa vada. Sussurra, piangente Morte, che del silenzio le calde braccia cullano ogni oltrepassato al qual non lecita è letizia, né tristezza e che non è più necessario sorvegliar il guardo, poiché neanche della veglia sarà ricordo. Fra queste musiche dal bell’arpeggio sorride il viso, prima di stendersi.
— In morte, IDL in giovinezza dopo un sogno.
La carice dell’alce si trova soprattutto negli acquitrini,cresce nell’acqua e provoca orrende ferite,
coprendo di sangue ogni guerriero che la tocca. —Poema runico.
θ, il simbolo della terra.
Quando in alto il Cielo non aveva ancora un nome,E la Terra, in basso, non era ancora stata chiamata con il suo nome,
Nulla esisteva eccetto Apsû, l’antico, il loro creatore,
E Mummu e Tiāmat, la madre di loro tutti,
Le loro acque si mescolarono insieme
E i pascoli non erano ancora formati, né i canneti esistevano;
Quando nessuno degli Dei era ancora manifesto.
Nessuno aveva un nome e i loro destini erano incerti.
Allora, in mezzo a loro presero forma gli Dei. —Enûma Eliš seu Quando nell’Alto, teogonia mesopotamica.
Ora, è vero che d’un lato gli idoli mutano per la loro illegittimità (Anass fr 1) e che dall’altro le cose si disgiungono ma non è forse un’errore idealista, fichtiano, credere che negli idoli risieda tutta la potenza di questa mortalità? Manca qualcosa.
Ogni filosofo vuol trovare un senso – ossia un’unità – del mondo; ma gli oggetti che deve considerare sono infiniti, e i nessi concettuali che deve stabilire tra di essi sono, se possibile, ancora più infiniti. Il vigore di un filosofo è misurato dall’ampiezza di questa rete, che egli getta sulle cose, tentando di afferrarle e di stringerle. Ma ciò che conta ugualmente, è la quantità del tessuto di questa rete. La bava del ragno dev’essere rilucente e uniforme, e tenue abbastanza da ingannare la preda. È la forza dello sguardo, che stabilisce questa unità, lucida e avvolgente. Per profondità di un filosofo, si intende appunto ciò, e, dopo i greci, nessun filosofo è stato profondo nella misura di Spinoza. —Giorgio Colli.
Ed io non ti ho incontrato che sull’Abbagnano, che vergogna.
Manifesto.- Il frammento 3.
- Il frammento 19 ed il frammento unico di Anassimandro.
- Il paradosso di Russel. (Che poi è l’84a di Eraclito e lo storico conflitto fra “necessità e liberta”).
No entity without identity. —Parmenide. No, no: Quine.
L’ange musicien, Henri Pinta 1892.
Persino l’etimo di “immagine” è riconducibile a “misura”.
E’ l’ossessione gnoseologica: la forma è la questione (da queste parti qualcuno direbbe “l’enigma”).
Mentre “idea” significa “vedere, sapere, conoscere”.
E’ interessante che esista una parola, presso i greci, che abbia per sé il senso di “vedere, sapere, conoscere”. E’ interessante che il campo semantico sia il medesimo.